Come posso avere personale sempre motivato?

Ma come posso avere sempre personale motivato?

Questa è una delle domande a cui devo rispondere più spesso. La risposta più logica è: “prendi persone che già sono motivate nello svolgere i compiti per cui saranno assunti”.

Può sembrare una risposta scontata ed apparentemente “stupida”, ma in verità sarebbe la cosa giusta da fare e che quasi nessuno fa.

Assumere persone da impiegare nella propria azienda equivale un po’ come a prendere persone sulla propria auto per compiere un viaggio lunghissimo.

Quanta attenzione riservereste nello scegliere le persone da portare in auto con voi? La stessa cura andrebbe riservata alla scelta del personale che intendiamo assumere.

Ci sono aziende che hanno una gran cura nelle scelte dei propri collaboratori fino ad arrivare a quelle in cui il proprietario prende a lavorare il proprio partner, il cugino, il fidanzato della figlia o un qualunque altro raccomandato che, a onor del vero non è detto che non siano persone valide, ma probabilmente non lo sono per quel determinato compito.

Se riescono nel compito in cui saranno impiegati è solo per casualità. Ma voi affidereste il vostro successo alla casualità? Spero di no.

Al di la di questa considerazione che quasi spaccia le aziende che non fanno un’attenta selezione, c’è da dire che anche le altre non sempre si trovano personale motivato.

E cosa fanno per motivarlo?

Usano le leve del bisogno e della gratificazione: pagano (ovviamente) i propri lavoratori affinché possano soddisfare i loro bisogni e li incentivano con premi per i traguardi raggiunti e con punizioni per gli errori commessi.

Ed è proprio questo secondo meccanismo l’unica arma che la stragrande maggioranza delle attività utilizza. Il meccanismo del bastone e della carota è quello più diffuso nella realtà lavorativa italiana.

Ma quello che le aziende non sanno è che è un sistema molto poco valido nell’attuale contesto, oltre ad essere controproducente alla lunga per una larga fetta di mansioni.

Non lo sanno perché non sono aggiornate sulle nuove scoperte nell’ambito dello sviluppo delle performance.

In realtà ci sono altre leve che potrebbero essere usate in molti casi. Gli studi scientifici sul funzionamento dell’essere umano e del cervello in particolare continuano e portano alla luce nuove conoscenze anche per come renderci più efficaci ed efficienti. Sto parlando della motivazione intrinseca.

Nel Coaching uno dei pilastri fondamentali è appunto la motivazione intrinseca, quella che viene dall’utilizzo delle proprie potenzialità in direzione del soddisfacimento personale nello svolgere compiti che ci piacciono.

Ed è proprio lì la differenza che fa la differenza. Da un lato abbiamo una persona che è sempre motivata perché sta facendo quello che gli piace fare e dall’altro una che viene motivata a “rate” da una ricompensa. Chi vorreste all’interno della vostra azienda?

Ma cos’è la motivazione intrinseca?

La motivazione intrinseca, come già accennato, e come dice la parola stessa, è quella che nasce dal nostro interno quando svolgiamo mansioni che ci piacciono. Ergo, mansioni che siano in linea con le nostre potenzialità e con i nostri valori.

Le persone che agiscono le proprie potenzialità hanno performance maggiori, sono proattive, hanno sempre buone idee, si impegnano maggiormente, risolvono problemi piuttosto che crearli, usano la loro creatività per migliorare se stessi e ciò che li circonda piuttosto che usarla per cercare di diminuire il tempo che parcheggiano se stessi sul posto di lavoro.

Perché fa cosi bene la motivazione intrinseca?

Come ci illustra Daniel pink nel suo libro Drive, quando stiamo usando un approccio basato sulla motivazione intrinseca, stiamo soddisfacendo tre fattori fondamentali  dell’essere umano:

  1. Autonomia. L’essere umano è predisposto ad essere autonomo. Autonomia significa poter scegliere e decidere responsabilmente. Sul lavoro si traduce in autonomia operativa completa, dalla scelta dei collaboratori, al tempo di lavoro, fino ad arrivare al come fare una determinata cosa.
  2. Padronanza. Ovvero il desiderio di eccellere in qualcosa di rilevante per noi. Si può dare il massimo solo se quello che stiamo facendo ci piace tantissimo. Esattamente come uno sportivo che per migliorare le proprie prestazioni accetta di compiere allenamenti pesanti e condurre uno stile di vita particolare, anche la persona che si applica in qualcosa che per lui è piacevole, si impegna oltremisura ed è sempre alla ricerca della miglior performance.
  3. Scopo. Il desiderio di fare ciò che facciamo per qualcosa di più grande di noi stessi.

Allora l’approccio basato sul bastone e la carota è errato?

No, funzionano bene per compiti abitudinari perché in questi tipi di attività, non c’è creatività che possa essere soffocata o motivazione intrinseca repressa. Invece, per tutte le attività di concetto il bastone e la carota sono altamente controproducenti.

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M.C.